Matthew Guinness

Alec Guinness, cavaliere Jedi di Cristo

Cent’anni fa, il 2 aprile 1914, il talentuoso e popolare attore prima teatrale – in specie shakespeariano – e poi cinematografico Sir Alec Guinness de Cuffe nasceva da padre ignoto a Paddington, allora un sobborgo di Londra poi integrato nella capitale, con l’unico vanto di potersi dire concittadino del poeta vittoriano Robert Browning (1812-1889) e del fondatore dello scautismo barone Robert Baden-Powell (1857-1941). Di condizioni umili, messo al mondo da una madre di costumi non proprio esemplari, Alec Guiness avrebbe potuto diventare una “vittima della società”, ma reagì, e così il suo volto resta per tutti quello del colonnello Nicholson ne Il ponte sul fiume Kwai (1957), dell’emiro Faisal in Lawrence d’Arabia (1962), di un tenente generale del KGB ne Il dotto Živago (1965), del torvo ma buono conte di Dorincourt ne Il piccolo Lord (1980), del professore d’induismo Narayan Godbole in Passaggio in India (1984) e ovviamente del saggio Obi-Wan Kenobi, il primo mistico cavaliere Jedi che George Lucas pose nel 1977 a guardia della galassia di Star Wars.

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Si riscattò insomma sul palcoscenico, ma non di meno attraverso una fede cattolica matura benché tormentata. Il critico cattolico inglese Joseph Pearce ‒ anch’egli un convertito, da skinhead che era ‒, lo ritrae in Literary Converts: Spiritual Inspiration in an Age of Unbelief (Ignatius Press, San Francisco 2006) accanto a Evelyn Waugh e Dorothy L. Sayers, T.S. Eliot e Malcolm Muggeridge, J.R.R. Tolkien e C.S. Lewis, Ronald Knox e Gilbert K. Chesterton. In Alec Guinness: The Authorised Biography (Simon & Schuster, Londra 2003), lo scrittore inglese Piers Paul Read ne rievoca magistralmente l’intreccio tra vita e fede come non sempre accadde nei resoconti ufficiali delle celebrità. E lo stesso Guinness si racconta in Blessings in Disguise (Hamish Hamilton, Londra 1985).

 

La scommessa

Dio non fu per Guinness una questione importante fino a che la Seconda guerra mondiale non lo sorprese ufficiale nella Marina di Sua Maestà in cerca di uno scudo contro gli orrori del conflitto. Quando aderì alla Chiesa “alta” d’Inghilterra (quella più filocattolica), meditando persino di farsi prete anglicano, giudicò comunque il cattolicesimo il «battaglione d’élite» nella lotta contro la disperazione, lamentandosi solo delle sue «uniformi costose» che pensava di non potersi permettere.

Nel dopoguerra, la carriera di Guinness, che nel 1938 aveva sposato Merula Sylvia Salaman, fu un rutilare di successi, ma con il trionfo crebbero le angosce spirituali e giunsero le depressioni. Il cattolicesimo era per lui una “tentazione” costante”; leggeva libri di santi, fra cui Giovanni della Croce; conosceva molto e bene la Chiesa di Roma; se poteva s’inginocchiava pure davanti ad altari cattolici, ma, come spesso in questi casi, la sua prossimità alla vera Chiesa rischiava di essere l’ostacolo più grande, dandogli tutto sommato l’impressione di essere “già a posto”.

Poi nel 1952 i medici diagnosticarono la poliomielite al suo unico figlio Matthew, nato nel 1940, anch’egli futuro attore. Allora Guiness decise di scommettere con Dio; se Matthew fosse guarito, lui si sarebbe convertito. Per suggellare l’accordo, pregava ogni dì in quella chiesetta cattolica che stava lungo la via per gli studios. Accadde pure che sul set di un film del 1954, noto in Italia come Uno strano detective, Padre Brown, tratto da Gilbert K. Chesterton, un ragazzetto francese lo scambiasse per un vero prete “papista” e che in lui si rafforzasse l’idea di portare gli abiti cattolici da vero damerino… E soprattutto alla fine constatò che Dio è di parola. Matthew guarì, e non solo: si fece pure cattolico. Era il 1955. Alec ne gioì e chiese di ultimare il catecumenato iniziato da un po’, venendo finalmente battezzato nella Chiesa Cattolica il 24 marzo 1956. Trascorse solo qualche mese e, in quello stesso 1956, la moglie Merula, già devotissima anglicana conservatrice come Alec (Guinness fu conservatore anche in politica, definendo in un’occasione l’economista progressista John Maynard Keynes «l’uomo che vuol prendersi i miei guadagni»), comunicò al marito di essersi convertita anch’ella. Lo fece prima per lettera, raggiungendolo poi in novembre in quella che allora si chiamava ancora Ceylon, nelle cui giungle Guinness stava girando l’intrigante Il ponte sul fiume Kwai e combattendo malesseri da umidità con la lettura de Il Signore di mons. Romano Guardini. L’attore amava del resto moltissimo anche gli oggi beati John Henry Newman e Charles de Foucauld, quindiChesterton, Hilaire Belloc, Ronald Knox e santa Teresa d’Ávila. A dicembre fu la prima volta che i Guinness, ridislocati in Asia, celebrarono il Natale di Gesù tutti nella stessa Chiesa.

 

Malelingue & cure

La vita di fede dell’attore non è mai stata una passeggiata. Tanto egli la nutrì tenacemente, quanto ne fu sempre messo alla prova. Attorno a lui amici e conoscenti si convertivano, ma lui non era esattamente un apologeta, già faticando parecchio contro le proprie debolezze. Un colpo duro lo subì quando Matthew (che i coniugi Guinness aveva sperato di vedere prete) perse la fede, in Italia, avvicinandosi troppo alla teologia controversa del padre gesuita Pierre Theilard de Chardin, da cui però, paradossalmente, Alec aveva invece avuto giovamento. Le riforme liturgiche seguite al Concilio Ecumenico Vaticano II ferirono profondamente la sensibilità sia di Alec sia di Merula, ma dove lui un po’ vacillò lei invece tenne duro per due.

Il ricercato dandismo di Guinness, poi ‒ peraltro molto inglese, e certamente una valvola di sfogo ‒ gli attirò maldicenze. Nelle sue biografie ronza costantemente la presenza inquietante dell’omosessualità, che certo Guinness ebbe spesso vicina sia in gioventù per colpa di certo clero anglicano sia dopo per scelta di certi colleghi attori talora persino cattolici. Dopo la sua scomparsa, nel 2000, non è mancato nemmeno chi ha parlato di bisessualismo, ma Guinness sapeva bene (in perfetta sintonia con il magistero odierno di Papa Francesco) quanto male producono le maldicenze, di cui era peraltro egli stesso un campione e da cui cercò di correggersi guardando al patrono dei comunicatori, san Francesco di Sales. A ogni buon conto, fu sempre il padre affettuoso di un figlio pio e il marito fedele di una moglie devota, cosa che per il mondo del grande schermo è già una notizia bomba. Soprattutto perché per Guinness le inclinazioni omosessuali si possono «controllare, se non persino curare, con la preghiera, con il pentimento e con la grazia di Dio». Gli amici dell’attore ricordano che tutto è sempre stato merito della moglie Merula, la quale nacque, si convertì e morì negli stessi anni in cui nacque, si convertì e morì Alec, seguendolo nella tomba dopo soli 72 giorni trascorsi nella certezza che quel grande attore del marito stesse finalmente recitando la parte definitiva fra i giusti del Cielo. Verso il quale, senza darsene l’aria, l’aveva accompagnato proprio lei.

Marco Respinti

 

Versione originale e completa dell’articolo pubblicato con il titolo
Alec Guiness, l’attore cattolico per scommessa
in La nuova Bussola Quotidiana, Milano 02-04-2014